Attacco jihadista a Tripoli

 

 Giuseppe Acconcia, 27.1.2015 “Il Manifesto”

Libia. Nove morti nell’hotel Corinthia che ospita autorità e diplomatici nel centro di Tripoli

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Jiha­di­sti armati hanno attac­cato un albergo, di solito affol­lato di stra­nieri, diplo­ma­tici e sede di varie mul­ti­na­zio­nali occi­den­tali, a Tri­poli. Sono nove i morti e dodici i feriti. Nella lista dei morti com­pare anche un cit­ta­dino sta­tu­ni­tense. Uomini armati sono entrati nella hall dell’hotel Corin­thia nella mat­tina di ieri aprendo il fuoco sui clienti men­tre una mac­china, imbot­tita di esplo­sivo, è sal­tata in aria all’esterno dell’albergo. «Ho sen­tito un’esplosione ed ho visto per­sone scap­pare verso di me, siamo fug­giti dall’uscita poste­riore dell’albergo attra­ver­sando il garage sot­ter­ra­neo», ha dichia­rato un uomo. Secondo testi­moni ocu­lari, i jiha­di­sti erano tra i tre e i cin­que, alcuni di loro hanno azio­nato cin­ture esplo­sive e si sono fatti sal­tare in aria.

La ver­sione degli uffi­ciali di poli­zia libici parla di tre guar­die di sicu­rezza uccise nell’esplosione dell’autovettura alle porte dell’albergo. Secondo fonti mili­tari, già da set­ti­mane cir­co­lano avver­ti­menti ai mana­ger dell’albergo di pos­si­bili atten­tati, per que­sto l’hotel sarebbe stato quasi vuoto al momento dell’attacco. Nei mesi scorsi, l’albergo aveva ospi­tato alcuni work­shop della mis­sione delle Nazioni unite in Libia (Unsmil). Non solo, diplo­ma­tici fran­cesi e qata­rini allog­giano nell’hotel. Al momento dell’attentato nelle stanze del Corin­thia si tro­vava anche il pre­mier del governo filo-islamista di Omar al-Hassi, rima­sto illeso.

Per que­sto l’Alto rap­pre­sen­tante della poli­tica Estera dell’Unione euro­pea, Fede­rica Moghe­rini ha subito par­lato di un attacco con­tro i nego­ziati. Il ten­ta­tivo di media­zione, pro­mosso dal rap­pre­sen­tante Unsmil in Libia, Ber­nar­dino Leon, si sta svol­gendo a Gine­vra dopo vari ten­ta­tivi fal­liti a Tri­poli e il boi­cot­tag­gio del par­la­mento legit­timo di Tri­poli, vicino ai Fra­telli musul­mani. I ser­vizi di Intel­li­gence «stanno moni­to­rando le con­di­zioni di sicu­rezza a Tri­poli», ha sot­to­li­neato il mini­stro degli Esteri, Paolo Gen­ti­loni. L’ambasciata ita­liana è una delle poche ad essere rima­ste aperte. La scorsa pri­ma­vera le rap­pre­sen­tanze diplo­ma­ti­che occi­den­tali hanno chiuso in seguito allo scop­pio degli scon­tri tra isla­mi­sti e mili­tari, vicini al gol­pi­sta Kha­lifa Haf­tar. Gen­ti­loni, che ha più volte espresso la sua inten­zione di inten­si­fi­care gli sforzi del governo ita­liano per fron­teg­giare la crisi libica, ha defi­nito l’attentato come un modo per «boi­cot­tare e influen­zare» l’accidentato pro­cesso di ricon­ci­lia­zione nazio­nale, avviato a Gine­vra, e che aveva per­messo un timido ten­ta­tivo di ces­sate il fuoco nelle scorse settimane.

Lo Stato isla­mico, che in Libia ha la sua roc­ca­forte nella città costiera di Derna, ha riven­di­cato l’attentato al Corin­thia. La riven­di­ca­zione parla di un atto di rap­pre­sa­glia dopo la morte sospetta di Abu Anas al-Libi. Il jiha­di­sta è dece­duto in un ospe­dale di New York nei primi giorni di gen­naio. Al-Libi era accu­sato negli Usa di essere la mente infor­ma­tica della rete ter­ro­ri­stica inter­na­zio­nale al-Qaeda. L’imputato ha sem­pre negato di aver preso parte agli attac­chi alle amba­sciate Usa in Kenya e Tan­za­nia del 1998 in cui hanno perso la vita oltre 220 per­sone, cau­sando circa 4500 feriti. Secondo la ver­sione uffi­ciale, al-Libi sarebbe morto durante un’operazione chi­rur­gica. L’uomo era infatti da tempo malato. La moglie, Um Abdul­lah ha invece avan­zato dei dubbi sulle cir­co­stanze della morte di al-Libi e ha accu­sato il governo di «rapi­mento, mal­trat­ta­mento e assas­si­nio di un innocente».

Al-Libi era stato cat­tu­rato in un blitz dell’esercito sta­tu­ni­tense a Tri­poli nell’ottobre del 2013, poi dete­nuto e inter­ro­gato su una nave da guerra sta­tu­ni­tense prima di essere estra­dato negli Stati uniti. Le auto­rità di Tri­poli ave­vano chie­sto spie­ga­zioni al segre­ta­rio di Stato John Kerry sulle cir­co­stanze dell’arresto in ter­ri­to­rio libico.

Per sot­to­li­neare l’estrema pre­ca­rietà in cui versa il paese, Amne­sty Inter­na­tio­nal ha reso noto un report in cui chiede l’adozione di san­zioni mirate e l’avvio di pro­ce­di­menti giu­di­ziari, attra­verso la Corte penale inter­na­zio­nale, «per porre fine alla serie di seque­stri, tor­ture, ucci­sioni som­ma­rie e ulte­riori abusi, equi­va­lenti in alcuni casi a cri­mini di guerra, com­messi dalle forze rivali che si con­ten­gono la città di Ben­gasi». Il think tank punta il dito sia con­tro gli isla­mi­sti che appog­giano l’operazione Fajr (Alba) e il par­la­mento di Tri­poli sia con­tro i mili­tari dell’ex agente Cia Haf­tar e la loro ope­ra­zione Karama (Dignità). Ma la causa ini­ziale che ha deter­mi­nato il pro­li­fe­rare di mili­zie e di scon­tri tri­bali in un con­te­sto di spar­ti­zione ter­ri­to­riale, per Amne­sty, sono sem­pre gli ille­git­timi attac­chi della Nato del 2011.